mercoledì 15 maggio 2013

La mia intervista a Giuliano Ferrara




Roma, 14 maggio - Inconsueta svolta nella carriera artistica del poliedrico Ferrara, che dopo il rap "Tienimi da conto Monti", si consacra nell'olimpo dei trend settimanali di youtube con "Ilda Rossa di Procura". Lo abbiamo incontrato in piazza Trilussa, a Trastevere, per farci raccontare la genesi di questa nuova performance.

***

Lontano dalle bizze dello showbiz, Giuliano arriva puntuale alle 9:30; insieme a lui i tre cagnolini che cucinerà a pranzo ("Sì, mi alzo presto la mattina per fare la spesa al mercato rionale" ci confida). Il suo look -è proprio il caso di dirlo- fiammante attira gli sguardi dei turisti che stentano a credere alla fortuna di poter vedere una star nazionale in un contesto quotidiano, pittoresco, ben lontano dalle atmosfere patinate dei rotocalchi. Alcuni giapponesi tirano fuori le macchine fotografiche, modalità grandangolo.

D: Ci racconti, come mai ha deciso di reinventarsi in questa figura controversa? La PM Boccassini può essere assurta a metafora del livore umano che minaccia il nostro Bel Paese?
R: *crunch* *gnam* *glom*
D: Alcuni hanno paragonato "Ilda rossa di procura" alla forza devastante e dissacrante dei Dead Kennedys, in una rilettura reazionaria. Altri addetti ai lavori l'hanno invece visto come un faux pas à la "Sandinista!", in cui il virtuosismo vocale fa a pugni con l'aggressività del nuovo look per ottenere l'attenzione dello spettatore. Lei cos'ha da dire, si aspettava di sollevare questo polverone mediatico?
R: *burp* *chomp* *chomp*
D: Sono note le sue posizioni radicali antiabortiste, che le hanno valso non poche polemiche dai puristi degli anni '70. Ha partecipato alla "Marcia per la vita" [svoltasi due giorni fa a Roma, n.d.r.]? Ha in mente un nuovo brano ispirato all'annoso problema dell'autodeterminazione della donna?
Giuliano non risponde, si limita a sorriderci e solleva il cosciotto che sta masticando. Non è pollo, è proprio un feto umano cotto al grill. Come disse lo psichiatra americano Ari Kiev, "una delle più spiccate caratteristiche del genio è il potere di alimentarsi da solo".


NOTA: questa intervista non è mai avvenuta.

lunedì 13 maggio 2013

Stupido io


stupido stupido stupido

Ad ogni “stupido” che dici, sento la rincorsa che prendi con la s, il colpo della t e quella u prodotta dall'impatto della tua mano contro la testa. La coda proparossitona pidò che si mescola al digrignare dei denti. L'autopunizione per aver fatto qualcosa con entusiasmo ricevendo ingratitudine in cambio. O percependo ingratitudine. T'immagino mentre ti disciplini nel non cedere più alla disposizione verso l'altro senza una certezza preventiva perché sei stato stupido. Non deve più accadere. Poi accade puntualmente. E t'incazzi.

Sono stato ssstupido. È la confezione vuota di medicinali lasciata accidentalmente in bella vista nel cestino della spazzatura, o la bruciatura di sigaretta che sbuca dalla manica della t-shirt. A quattordici anni ero inciampata contro la stufa a elementi e mi ero ferita vicino all'occhio, sopra lo zigomo. Il mio professore di matematica mi disse che l'autolesionismo è inconscio. Però, e non ho capito perché, tutti devono sapere. Sono stato stupido. Cattivo. E lo sono stato per colpa tua.

Le condoglianze alla festa della mamma


Il piú grande regalo che posso fare a mia madre è di non farle gli auguri. È una persona a prescindere da me e mio fratello. Cresciamo nel pensiero che una madre sia prima di tutto una madre e che i figli siano la sua priorità, la sua ragione di vita. Mia madre esiste a prescindere da me, la sua individualità non dovrebbe avere cordoni ombelicali. I figli non dovrebbero essere l'unica gioia di una madre.

Cos'è la madre se non una donna e cos'è la donna se non un essere umano? E come arrivano queste qualità presunte di sacrificio e di azzeramento di sé nella dedizione?

“Perché nella maternità adoriamo solo il sacrificio? Dov'è scesa a noi questa inumana idea della immolazione materna? Di madre in figlia, da secoli, si tramanda il servaggio. È una mostruosa catena… Tutti si accontentavano: mio marito, il dottore, mio padre, i socialisti come i preti, le vergini come le meretrici, ognuno portava la sua menzogna rassegnatamente. Le rivolte individuali erano sterili e dannose: quelle collettive troppo deboli ancora, ridicole quasi, di fronte alla paurosa grandezza del mostro da abbattere.”
(Sibilla Aleramo, Una donna)

martedì 7 maggio 2013

Pensiero stuprando

Essere stato uno dei principali esponenti della comunicazione pubblicitaria in Italia e scoprirsi moralista in una bella mattina di maggio.

Apprendo da blitz quotidiano l'ennesimo parere assolutamente non richiesto su stupri e femminicidi del messer Toscani, lo stesso che disse che le donne italiane erano troie col culo basso e le ascelle pelose.

Che dalle nostre parti ci sia un problema nel trattamento dell'immagine (in senso lato) femminile, non è un fatto nuovo.  Secondo l'Oliviero nazionale il problema della violenza fisica degli uomini sulle donne sta nell'appariscenza femminile e in un certo tipo di comunicazione mediatica. Un tempo provocava, adesso trolla pigramente.

Il primo punto, ça va sans dire, è una troiata di proporzioni immani. Un uomo che ha dell'odio nei confronti del genere femminile, se la prenderà con quelle troie che  si mettono in minigonna e girano la notte ubriache, con quelle zoccole che si vestono e comportano da santarelline, con le puttane che escono con le amiche, con le cagne che se la tengono stretta. Si tratta di un problema verso il genere femminile, ognuna ha un motivo per essere punita perché non sa stare al suo posto. Ora, ditemi sinceramente: nel mulino che vorreste, chi dovrebbe cambiare il suo atteggiamento, gli uomini che menano, violentano, ammazzano oppure le tipe appariscenti?
Comincio a rispondere preventivamente a chi, di fronte ad una domanda del genere, è portato a rispondere "D'altronde sono anche loro che provocano/entrambe le categorie potrebbero cambiare il loro atteggiamento". Per qualcuno la facilità dei costumi è qualcosa di disdicevole, moralmente riprovevole. Non mi passa per l'anticamera del cervello di giudicare i giudizi. Ma l'esternazione (condivisa da molti uomini e donne) di Toscani poggia su una certa faziosità di ragionamento che mette sullo stesso piano una condotta passibile di critiche, ma giuridicamente lecita, e un grave reato. Un reato che spesso viene sdoganato in quanto conseguenza di qualcosa, e le colpe finiscono con l'essere in qualche modo imputate anche a chi le avrebbe causate. La protezione della persona femmina non è quindi un valore che dev'essere tutelato sempre, ma la tutela va subordinata al comportamento della donna. Sì, abbiamo qualche problema, da queste parti.

Il secondo punto è l'hype della settimana, o meglio, lo sarebbe stato se Andreotti non avesse deciso di tirare le cuoia, rubando la scena a Paolo Petruccioli, Rossella Falk, la moglie di Borsellino e le minacce di morte subite dalla presidente Laura Boldrini.
Il polverone sollevato dalla Boldrini in merito alle minacce ha avuto il grande merito di riaprire il dibattito sull'abuso del corpo femminile nella pubblicità, che tradisce l'incapacità creativa dei creativi e la Weltanschaaung relativa alla donna. Diciamolo tutti in coro: le pubblicità sono sessiste, le pubblicità fanno male alla donna, le pubblicità fanno credere agli uomini che le donne sono delle bambole di polpa che vogliono assaggiare la carne. Si proponga una soluzione, perdio.

Detto fatto: togliamo i corpi femminili dalle pubblicità.

Qui è roba grossa. Riporto il virgolettato in apertura dell'articolo dell'Unità:

«Serve porre dei limiti all'uso del corpo della donna nella comunicazione»

 Il Movimento 5 Stelle starà perdendo punti, ma la mentalità che lo pervade sta contagiando trasversalmente la società. La gente pensa nel modo sbagliato? Facciamo una legge. Okay, ma di preciso, una legge su cosa? Quali sarebbero i principi che dovrebbero limitare "l'uso del corpo della donna nella comunicazione"? Non riuscendo a darmi una risposta, l'ho chiesto ieri a mia madre, gran rompicoglioni ma donna di straordinaria saggezza e intelligenza. La sua risposta è stata:

«Per il momento togliamo le donne nude»

Doveva essere veramente stanca, per dire una cosa del genere. Cerco di farmi venire alla mente le pubblicità con il maggior numero di centimetri quadrati in bella vista, sorrisi verticali e capezzoli al vento: stanno nelle farmacie. Nelle vetrine delle farmacie, avete presente? Tutte le creme miracolose che cancellano pacchetti di Più Gusto San Carlo nel giro di due settimane. Quella roba lì, che non scalfisce neanche una complessata come la sottoscritta. Anzi, a dirla tutta, quei cartelloni hanno delle esternalità positive: ad esempio, se nel tragitto verso il minimarket ci fosse stata una farmacia, a quest'ora non mi sarei ingurgitata 150g di gustosissime patatine. Avrei cominciato a fantasticare su un regime alimentare più equilibrato e giornate che iniziano alle 7 del mattino con una sana corsetta. Sono le pubblicità con le donne più nude, e secondo il criterio proposto dalla mia stanca madre, sarebbero le prime a sparire. Peccato che in quel caso i corpi sono necessari come immagine, considerato il tipo di bene che vogliono vendere.

Altri suggerimenti per dei criteri facilmente applicabili? Il concetto alla base dello sfruttamento del corpo della donna, erotizzato ed oggettivizzato sia definibile per come appare: "in stile Porter Stewart", direbbe David Foster Wallace. Perché a volte è una scollatura. A volte è una posa. A volte un'espressione. E siamo più o meno tutti capaci di renderci conto di quante volte il copywriter sia seduto sul divano accanto a noi e cominci a darci di gomito (per il copywriter in questione le donne ignorano i media, né comprano beni scelti da sé e per sé) ogni volta che passa il messaggio sessista. Direi che il problema non sta in un culo, ma nel contesto in cui viene posto quel culo.

Davvero, sarebbe bello vivere in un Paese in cui nella pubblicità non ci sia bisogno di mettere messaggi sessuali subliminali come le indicazioni per l'auditorium parco della musica,. Ma intendiamoci, è sempre bene chiedersi dove vuole andare la normativa quando diventa prescrittiva.

giovedì 2 maggio 2013

interMK ULTRA - ho fissato l'uomo che fissa le capre

Ci sono dei film che generano aspettative, nomi grossi nel cast, la locandina è figa, l'argomento è una bomba.

Me ne sono stata per anni con la mia personalissima curiosità verso "L'uomo che fissa le capre". McGregor, Bridges, Spacey. Ah, e c'è anche Clooney, che mi sta un po' sul culo ma se non altro si sa scegliere bene i copioni. Militari, poteri psichici, MK Ultra sono quel genere di tematiche che mi accendono il campanellino del cazzeggio su internet (soprattutto le teorie del complotto su MK Ultra, progetto monarch e tutti quegli invasati che sostengono che Nicky Minaj abbia venduto l'anima al diavolo per avere un culone di plastica - o viceversa, non ricordo).

Ho sempre preso molto sul serio il consiglio che l'agente Dale Cooper diede allo sceriffo Truman:

"Harry, voglio darti un consiglio prezioso. Una volta al giorno, tutti i giorni, fatti un piccolo regalo. Non programmarlo e non andarlo a cercare ma... lascia che arrivi. Può essere una camicia vista in un negozio, un sonnellino nel tuo ufficio oppure... due ottime tazze di caffè nero fumante."

ed oggi il mio piccolo regalo è stato scoprire che grazie alla nuova disposizione della scrivania, la connessione gentilmente offerta dal negozio di elettronica sotto casa va che è una meraviglia (più o meno). Così sono andata a digitare le paroline magiche "film completo" su youtube. Indecisa fra le capre e le tartarughe ninja, ho scelto le capre.

Il film si apre con una sequenza molto bella in cui un grado alto dell'esercito, dopo aver espresso la volontà di andare nell'ufficio accanto, prende la rincorsa contro un muro. Colpevolmente, non avevo mai visto l'attore che lo interpreta: è Stephen Lang e wikipedia dice che è co-direttore artistico dell'Actor's Studio. Quando un attore recita guardando fisso nell'obiettivo e non ti viene da pensare che sta recitando, è bravo.

Dopo i primi secondi, appare il primo gigantesco problema del film: è tratto da un romanzo. Ora, se non riesci a fare un film senza una voce didascalica che ti spiega passo passo cose anche non necessarie, è meglio che lasci perdere la regia . Gli unici due film nel quale funziona il narratore fuori campo sono Fight Club e Il ladro di orchidee. Anzi, Il ladro di orchidee l'aveva reso un espediente geniale facendo notare quanto facesse cagare la voce fuori campo tramite un'impostazione metanarrativa-mise en abyhm che solo Charlie Kaufman poteva rendere accettabile e non una paraculata sofisticata. Ma tant'è. La voce fuori campo di - come cazzo si chiamava? - Bob Wilton (McGregor) ci spiega che va a fare il reporter di guerra dopo il divorzio e l'intervista ad un veterano (apparentemente) rincoglionito che gli spoilera l'esistenza di un'unità militare adibita ad esperimenti psichici e gli fa il nome di Lyn Cassady (Clooney). Lyn decide di condurre con sé Bob dopo che vede il disegno di una piramide con l'occhio fra gli appunti del giornalista e il film parte. Parte ma non decolla, con buona pace dell'ottimo Bridges in versione naja-drugo che fa nascere l'Esercito Nuova Terra in una sequela infinita di flashback (sempre con la voce di Bob a fare da stampella).

Vorrei finire qui la recensione, perché non ci sarebbe altro da dire a parte svelare la trama. E la trama è un viaggio nel deserto con situazioni che sembrano degli espedienti buttati qua e là per non fare sempre flashback, ma non vi ho ancora parlato di Kevin Spacey. Interpreta il cattivo che vuole usare il lato oscuro dei poteri paranormali del gruppo e fa esperimenti Mk Ultra (finalmente). E adesso non c'è veramente più un cazzo da dire sul film. Fin.




giovedì 17 gennaio 2013

Traiettorie


«mentre stavo andando da tiziana ho attraversato la strada
e poi l'ho riattraversata, cosicché poteva sembrare ad un signore che lo stessi seguendo
però avevo il passo svelto e l'ho superato
e quindi mi sono sflesciata questa cosa, che il signore poteva pensare che lo stavo seguendo»

***

Quando vado da Tiziana per questi giretti digestivi post cenam imbocco sempre lo stesso marciapiede. Stavolta però ho attraversato la strada per vedere meglio un cartellone pubblicitario. In mezzo alla via c'era un signore proveniente dalla direzione opposta. Siccome sono abitudinaria, ho riattraversato verso il solito marciapiede. Il signore era davanti a me, ma il mio passo frettoloso accorciava le distanze. Ho messo su gli auricolari e l'ho superato, mentre partiva "Younger us" dei Japandroids. Che non è il pezzo ideale per una serata in cui ha grandinato.

E ho cominciato a chiedermi che cosa potesse pensare quel signore della mia curiosa traiettoria. Che dapprima lo stessi seguendo. Che poi lo avessi superato per non far sembrare che lo stessi seguendo io, ma che fosse lui a inseguire me. Un distinto signore di mezz'età che si mette a inseguire una giovane donna imbacuccata che ascolta un pezzo estivo, che finge di essere ignara del fatto che lui la stia seguendo, ma in realtà è diabolicamente consapevole di essere lei ad aver cominciato a seguire lui e di averlo superato per far sembrare il contrario. Per far sembrare un signore distinto e perbene, un homo frugi sulla cinquantina, un mostro pericoloso. Un gesto così vile e infamante da suscitare la necessità di un atto immediato per prendere le distanze da quella situazione ambigua nella quale era stato incastrato. Così, mi avrebbe raggiunto e mi avrebbe sgozzata, dimostrando in modo esemplare che era una persona di sani principi, che non faceva certe porcherie da maniaco.

Nel frattempo avevo raggiunto il semaforo ed era verde. Ma mentre attraversavo la strada, un'auto ha inchiodato davanti a me. Dai vetri appannati ho visto due sudamericani ed elegantemente li ho mandati affanculo per aver rischiato (cercato?) di investirmi nonostante per loro fosse rosso. E se avessero svoltato a sinistra nella via in cui ero, accostando e chiedendomi un'informazione per poi infilarmi a forza dentro la macchina? Un quantitativo indeterminato di ore legata ad una sedia, mentre loro mi avrebbero seviziato in un modo inimmaginabile prima di ammazzarmi.

Va bene. Se il modo è inimmaginabile è perché era difficile da immaginare qualcosa che fosse meno scontato. Gente che ti chiede una scusa, ti rapisce, ti sevizia e ti ammazza? L'ha già fatto, per citarne uno, Haneke.
Due volte.
E senza bisogno che i due aguzzini fossero extracomunitari.

La canzone è finita e sono quasi arrivata sotto casa di Tiziana.
Quando torno a casa le scrivo, ma contestualizzandole nel tragitto di 5barra6 minuti da casa mia a quella della mia amica.
Torno a casa e aggiorno il blog. Ma di sicuro non mi piacerà quello che ho scritto. Sicuro.
Meglio che prenda il libro di latino.
Sì, decisamente meglio.

venerdì 4 gennaio 2013

criptofrociate 2.0

Le relazioni a distanza si basano su dei ritmi completamente contrari alle relazioni normali. Tipo che non vi vedete per un mese, ma in cinque giorni disfate rifate il letto, uno dei due cucina e l'altro lava i piatti. per cinque giorni diventate una splendida coppia di maritoemogliedaventanni che però scopano ancora. È una cosa fighissima fintanto che succede per cinque giorni ogni mese.

Io non avevo mai preso in considerazione l'idea di una relazione a distanza. Perché ci sono dei ritmi anche nella fase DISTANZA, ritmi e abitudini che vanno attentamente calibrati.
Puntualizziamo: relazione a distanza nel 2012. Tette che volano su whatsapp, fra emoticon pucciose di gattini. Un codice di coppia basato quasi interamente sulle emoticon filonipponiche di WA: "solo io e te sappiamo che significano la balenottera e il drago". Una relazione sublimata all'inverosimile, astratta e purificata dalle dinamiche reali. Le dinamiche reali quotidiane le lasciamo fuori. Buongiorno, buonanotte, salvati. Vivere il quotidiano insieme può essere una cosa molto bella, raccontarselo ogni giorno ti precipita nel buco nero del primo fidanzato, quando avevi quattordici anni e castigarti in telefonate fotocopiate giorno dopo giorno ti sembrava la perfezione di una relazione. Putain.
E dunque, ho capito la lezione alla veneranda età di quasi milf. Impararla è un altro grandissimo paio di maniche, e spero non ci vogliano altri ** anni prima di essere perfettamente padrona di queste dinamiche relazionali. Perché il problema è: ogni quanti giorni è lecito telefonare/scrivere/taggare o postare troiate nel suo wall/mandare una foto sexy/mandare un video con un bacio a stampo (sì, capita)?

Qual è la data di scadenza degli impeti zuccherosi?


martedì 26 giugno 2012

Le Twittine, ovvero come ti scrivo un tweet usando le tette anziché la testa


Questa me la raccontò mia madre qualche tempo fa.
A quanto pare, negli anni ‘70 Cagliari ospitò lo spettacolo itinerante di un’ex attrice e soubrette decaduta. Uno spettacolo erotico un po’ triste in un capoluogo provinciale.
Un signore di mezz’età, sposato, attendeva pazientemente in fila il suo turno per entrare. Ma non c’erano solo uomini all’entrata del locale: un gruppo di giovanissime femministe manifestava contro lo squallore dello show. Una di loro si allontanò dal gruppo per avvicinarsi al signore in coda.
“Professore, sua moglie non è in grado di fargliela, una sega?”

Il concetto casareccio di femminismo della compagna di scuola di mia madre fa sorridere: la soluzione alla mercificazione – consapevole – di un corpo era un cambiamento del luogo in cui avveniva la mercificazione. Nell’ottica della picchettatrice la donna continuava ad avere un ruolo di soddisfacimento maschile, e doveva farlo all’interno delle pareti domestiche. Una donna subordinata al suo ruolo millenario di strumento in cambio della “liberazione” di un’altra donna che aveva scelto, se non altro, la modalità con cui voleva essere sfruttata.

Quando penso a questo aneddoto, mi sento divisa: se siamo arrivate al “ground zero del femminismo” è stato perché abbiamo bollato certe azioni come passé e reazionarie o perché molte donne hanno introiettato solo alcuni aspetti palesi del movimento femminista senza comprendere le critiche che venivano mosse alla famiglia e alla società?

Ora, prima che mi perda, è meglio che spieghi perché ho deciso di scrivere questo post. Il motivo non è legato alle battaglie di questi giorni relative alla legge 194/1978 o al processo Ruby, in corso in questi giorni, ben più meritevoli di approfondimenti. Il motivo risiede in un account twitter appena scoperto: @LeTwittine. Quindi forse sì, avrei potuto fare a meno di tirar fuori concetti storico-culturali. Al netto delle considerazioni che sto facendo adesso il mio pensiero sarebbe “Rincoglionite” e l’avrei twittato, anziché scriverlo qui.

Detto questo, chi sono e cosa fanno Le Twittine? Nella bio si presenta(no) così: “Siamo le Veline di Twitter! Seguiamo e Retwittiamo solo chi è bello!”. Non so a cosa sia dovuto il tripudio di maiuscole. Comunque la mission dell’account è seguire le persone belle (come Vittorio Sgarbi), chiedere ai propri followers (461, li mortacci) dove comprare nani da giardino per una festa e citare frasi di gente famosa random sulla bellezza. Aspetto con ansia la sodomizzazione del cadavere di Keats.
I brutti devono estinguersi, e per dare un’idea sui criteri olimpici per essere considerati belli (con conseguente following) Le Twittine postano di quand’in quando foto di trans e truzzi. No, non come elementi da scartare.

Abbiamo sbagliato tutto. Le lotte, lo studio, il diritto al voto: chissene. La donna deve essere bella, ossia farsi notare attraverso un’identificazione con i propri caratteri sessuali secondari. Le Twittine vi vogliono ipertrofiche e con la finta Birkin abbinata alle scarpe. O se siete uomini, depilati e con la Blue Steel stampata sulla faccia. È questo quello che conta.

“Per coloro chemi han chiesto se sono laureata rispondo di no. La bellezza miha aperto porte senza che io avessi bisogno di studiare” (sic)

E tu cos’hai aperto in cambio, mi verrebbe da rispondere. Ma evito.
La liberazione della donna da certi stereotipi comincia anche da me. Magari le cose andranno meglio, fra quarant’anni.

giovedì 24 maggio 2012

[intermezzo musicale - 10 anni, 10 canzoni]

È da ieri che blog molto piú autorevoli e cliccati del mio (anche DLSO di Enver) stanno facendo questa cosa. Quando Dietnam mi ha spiegato in che consistesse il giochetto, non ha specificato se devo fare una classifica basata sulla musica degli anni '90 in generale o sulla musica che io ho amato dai 3 ai 13 anni. E dato che sto postando dal cellulare (a proposito, l'app ufficiale di Blogger per Android fa schifo) non allegherò i video.

Solo parole.
E dato che tutti si stanno impegnando per degli elenchi di qualità che non sfigurerebbero in un programma di Fazio e Saviano, io vi propongo un po' di sana cacca che adesso ascolto di rado, colpevolmente e con un piacere sotterraneo.*

10) Vogliamo parlare dei Prozac+? Sí, Pastiglie è bella e nel video ci sono smarties a secchiate, sí va bene l'heavy rotation di Acidoacida in prima media, ma vogliamo parlare di quanto è lirica Gm? Non è cantata dalla voce celestiale di Eva, ma un pezzo che inizia con "mi farei analizzare per capirti" è la serenata definitiva.

9) Quasi certamente  Punk rock song non è il miglior pezzo dei Bad Religion. Ma per me era quanto di piú punk fosse mai stato inciso.

8) In tempi in cui non riuscivo ancora a riempire le scollature delle magliette c'erano un sacco di tizie che facevano one-hit-wonder da pigiama party e poi andavano dritte dritte dentro il buco nero della discografia (per uscire da un buco bianco come impiegate all'ufficio di collocamento. Se dice bene).
This is how we party delle S.O.A.P.era uno di quei prodotti creati per ragazzine che non avevano né l'età per andare a ballare né i soldi per comprarsi un disco decente. Quando c'erano 20000 lire poi le si spendevano per le magliette della Onyx col puppet della flygirl.

7) Devo riconoscere che su Mtv passavano anche pezzi interessanti, almeno all'epoca. Cosí poteva capitare di ascoltare degli ottimi pezzi fra Dial Mtv o la european top chart presentata da Eden. Con un briciolo di fortuna potevi anche accendere la tv e trovare Loser di Beck.

6) Per favore ditemi che fine hanno fatto i Catherine Wheel. Ma solituda era splendida.

5) Di certo avrebbero fatto bene a smettere di fare album, i Metallica. Load e reload. Inutili duetti con Marianne Faithful. Hero of the day era un boccaglio in un mare di merda.

4) Come sarei cresciuta senza le Lunachicks? Sarebbe stata diversa la mia vita se non mi avessero registrato Yeah in una cassetta mista con i Rappresaglia nel lato B?

3) Nell'atavica lotta fra Oasis e Blur chi vince sono indubbiamente i Blur. Ma per non fare torti la medaglia di bronzo va sia a Wonderwall che a Boys and girls. Tiè!

2) Io ascoltavo i Nirvana quando erano mainstream, ossia quando il cadavere di Kurt Cobain era ancora caldo e, ehm, fumante. E siccome non ho mai conosciuto un uomo saggio (e semmai era una donna) al secondo posto ci sta Territorial pissings.

1) Il premio collettivo Classe 1999 va a tre (tre!) canzoni di transizione. Dopo loro ci sono stati i Dead Kennedys, per dire. E dunque, squilli di trombe per Linoleum dei NoFX, Genocide degli Offspring e F.O.D. dei Green Day. Ho consumato nastri e lettori cd ascoltandole. Chiedete a mia madre.

*(di certo non sono le migliori canzoni degli anni '90, ma sono i miei anni '90. E non ci sono neanche tutti: ho evitato tutti quei brani che avevo inserito in un altro post: ecco perché in questa sede non si menzionano i Soundgarden. O le Spice Girls.)

mercoledì 23 maggio 2012

#CapaciDi

"[...] Probabilmente è in Italia che la mafia, reduce dalle sue esperienze e conquiste americane, ha realizzato la forza piú grande: dall'epoca del suo compromesso storico con il governo parallelo, è stata in grado di far uccidere giudici istruttori o capi della polizia: pratica con cui aveva inaugurato la sua partecipazione alle montature del «terrorismo» politico. In situazioni relativamente indipendenti, l'analoga evoluzione dell'equivalente giapponese della mafia dimostra bene l'omogeneità della nostra epoca.

Ci si sbaglia ogni volta che si vuole spiegare qualcosa opponendo la mafia allo Stato: essi non sono mai in rivalità. La teoria verifica con facilità ciò che tutte le dicerie della vita pratica avevano dimostrato troppo facilmente. La mafia non è un'estranea in questo mondo: ci si trova perfettamente a suo agio. Nell'epoca dello spettacolare integrato, essa appare come il modello di tutte le imprese commerciali avanzate."

(Guy Debord, Commentari sulla società dello spettacolo, XXIV, 1988)

lunedì 30 aprile 2012

In the land of grey and pink

A quanto pare Gatta ha fatto la fuitina. O forse i miei zii non hanno avuto il coraggio di dirci che è morta. In una di quelle zone di paese che sono piú campagna che insediamenti urbani, è facile che qualche cazzone in automobile l'abbia messa sotto.
Gatta ha una pelliccia folta e grigia. Sembrerebbe una nuvola di polvere con gli occhi verdi, se non fosse per i riflessi salmone del manto. Grey and pink, come la canzone dei Caravan.
Che sia stata cosí stronza da non guardare prima di attraversare la strada? I gatti sanno riconoscere quando li insulti con tono suadente, ma sono endemicamente incapaci di fare qualche metro su asfalto senza ignorare le regole basilari della sicurezza.
Che si sia fatta arrotare? Ha conosciuto l'amore all'avvento della mezza età e dopo un'isterectomia, per poi morire cosí?

Che senso avrebbe?

venerdì 23 marzo 2012

SMS

Io ho cantato a squarciagola per la gioia di autista e passeggeri. Poi ho fatto un giretto a piedi, sempre mentre cantavo a squarciagola. Uno m'ha detto qualcosa di provoloso e l'ho mandato a fanculo, credo. Dopodiché m'ha insultato, forse, e sono tornata a casa. Madre sveglia che guarda Santoro, troppo stanca e assorta per accorgersi che ho il bianco degli occhi in fiamme, bollito. Buonanotte, domani sarà bello stare davanti al monitor svuotata come il cassetto delle cialde.

PS: è la cosa piú lunga che abbia mai scritto da quando ho smesso di aggiornare il blog. Spero che non ci siano refusi.

mercoledì 11 maggio 2011

I pollici di Megan Fox

Adesso devo chiederti un piccolo sforzo di fantasia, Ale. Immagina di essere un uomo, sulla trentina d'anni e d'aspetto gradevole ma non particolarmente attraente.
Incontri una sera in un american bar Megan Fox che beve un Manhattan, inguainata in un tubino blu.
(Se ti stai chiedendo che razza di storia inverosimile è questa, dove trovi Megan Fox sola soletta mentre tira fuori la ciliegia dal suo cocktail e l'afferra con le labbra, ti ricordo di averti chiesto all'inizio del nostro patto narrativo di fare un piccolo sforzo di fantasia. E poi non sei neanche un uomo.)
Ti avvicini trovando il giusto equilibro fra il discreto e l'essere sicuro di te, e ti rendi conto che è uno di quei giorni dove sedurre ti viene naturale: non ti esponi troppo, lasci che lei parli, fai la battuta giusta e riesci a coordinare tutto questo con una spontaneità tale da far pensare a chiunque, anche alla tua famosa interlocutrice, che tu sia sincero e naturale perché ti stai davvero godendo la sua compagnia e non per qualche viscido tentativo di manovramento per portarla a letto, farle un filmino di nascosto e venderlo alla Vivid.
Comunque, più tardi a letto ci andate per davvero.

La mattina dopo la vedi gironzolare in shorts e felpa: ti si contorce lo stomaco nel vedere che è comunque uno schianto di ragazza anche senza il trucco. Fate colazione insieme e lei ti racconta di quando la domenica mattina andava a trovare la nonna e sul tavolo della cucina c'era una torta di mele appena sfornata, preparata proprio per l'amata nipotina.
È così adorabile, è così normale.

Iniziate a vedervi in maniera continuativa.
È molto ambiziosa, non avevi mai considerato certi aspetti della vita di un'attrice come la preparazione fisica e il metodo Stanislavskij. Spesso la mattina si alza presto per fare jogging e le prove negli studios le prendono tantissimo tempo. Anche quando passa a casa tua dopo il lavoro è ancora assorbita dagli esercizi di memoria emotiva. Siete stanchi da morire entrambi, ma a te è concesso di essere te stesso a lavoro, lei per contratto deve essere un'altra persona.
La osservi spesso mentre si prepara prima di uscire la sera. La ricerca parossistica della perfezione di chi è un'icona e non può permettersi di essere sotto le righe ad un importante evento mondano. A volte ti rimprovera se non ti sei azzimato per bene. Adesso anche tu stai sotto i riflettori e brilli, anche se non di luce propria.
In fondo alla scarpiera ci sono le tue vecchie converse. Non ti ricordi più dell'ultima volta che le hai indossate. Quando eri single e le sere erano consacrate agli amici di sempre ti sfilavi le tue Ferragamo con allacciatura Oxford, lasciavi la cravatta sul letto ed eri un ragazzo come tanti che guarda il Super Bowl alla Tv. Ti manca tutto questo, ti manca come non avresti mai potuto credere.

I pollici di Megan Fox sono tozzi, malformati. È l'unico difetto che sei riuscito a notarle nei mesi in cui siete stati insieme. Stranamente, il ricordo di quelle unghiette focomeliche è l'unico a stringerti il cuore in una morsa nostalgica quando ripensi alla tua relazione con un sex symbol.
Esci fuori dal portone di casa tua, sotto c'è la tua ragazza che t'aspetta per andare a vedere la partita dei New York Giants. Anche lei indossa delle vecchie scarpe da ginnastica.

martedì 26 aprile 2011

Estate 1991

Il mio banchetto era in quarta fila, nella seconda colonna a partire dalla parete della porta. Non avevo mai razionalizzato che odiavo il colore verdolino della sua superficie, e che avrei voluto che fosse blu cobalto come quello di Elisa, seduta alla mia sinistra. Sembra svagata mentre svolge il suo compito. Il fatto è che quando si scrive un tema si è tanto più concentrati quanto più si è svagati. Avevo i palmi delle mani lievemente sudati, la bic blu a punta grossa scivolava tra indice e pollice.

Alzai lo sguardo. Intercettai un'occhiata inquisitrice dell'esaminatrice e ricacciai la testa sul foglio protocollo che mi si parava davanti. Tutti stavano scrivendo. Tutti avevano qualcosa da dire in merito all'argomento. Le mani degli altri si muovevano lente, prestando attenzione alla leggibilità della grafia, ma nessuna si fermava mai, se non per posare la penna e scrollare le dita anchilosate. Le mie, ferme, si aggrappavano al bordo del banco. Luca, davanti a me, sulla destra, si è poggiato alla parete ed ha il busto torso verso la finestra. Scuote le mani più spesso degli altri perché scrive con una Biribiro e si stanca più facilmente. La penna di Elisa invece è di quelle con l'inchiostro profumato, sento solo quell'odore di fiore finto e guardo il finto verde di erba finta sul mio banchetto e vorrei il mare calmo del banco di Elisa china sul resoconto del programma delle vacanze che sono alle porte, perché questo è, si tratta solo di un “Le vacanze sono alle porte: come trascorrerai questi mesi di svago prima dell'inizio delle scuole medie?” mentre io mi ero preparato anche alcuni argomenti di attualità, avrei voluto tanto parlare di attualità anziché di vacanze, non vedo l'ora che inizi il compito di matematica, così almeno non dovrò parlare di me, della vacanza che è stata annullata perché il neurologo ha detto che la mamma ha la sclerosi multipla ed è per questo che è sempre stanca e a volte non le funzionano le gambe e neanche me ne rendo conto, ho iniziato a scrivere proprio questo, non posso svolgere questo tema perché la mia madre ha la sclerosi multipla e non possiamo più partire in vacanza, e “vacanza” non si legge tanto bene perché ho iniziato a piangere e tremare, e la classe se n'è accorta ma io sono già in piedi, l'esaminatrice mi guarda di nuovo, ma stavolta ha una faccia più che preoccupata, direi allarmata mentre io mi avvicino e le consegno il compito quasi in bianco e le chiedo di andare in bagno, e per l'andito vuoto risuonano i miei passetti nervosi e i singulti che cerco di frenare.

sabato 23 aprile 2011

[intermezzo osceno in luogo pubblico - il brano che ho letto alla serata Le Fleurs Du Mal di ieri]

C'era quella faccenda ipocrita della scelta.

Se fai il classico dopo puoi scegliere la facoltà che più ti piace.
Se vuoi fare veterinaria, potresti diventare medico ed avere una casa enorme con tutti i cani e i gatti che vuoi.
Se non esci oggi, sabato potrai.
Se non vuoi mangiare carne, c'è del pane avanzato da ieri.

Era tutto a fin di bene, per carità. Ma il suo limite di sopportazione era stato superato tempo addietro (c'è da dire che non era mai stata una persona molto paziente). E poi sapeva, lo sapeva che ormai i tempi erano maturi per la svolta che attendeva da tutt'una vita. Diventava ogni giorno sempre più nervosa, chiedendosi: “ma quando arriverà quel giorno?” e immaginava il gran giorno nei particolari più minuziosi. Aveva deciso di fare le cose in grande, e voleva che tutto fosse perfetto. Poi s'impauriva perché si sa che quando una persona immagina di poter far andare le cose alla perfezione pianificandole con largo anticipo, gli eventi finiranno con l'evolversi in maniera del tutto inaspettata. Così cercava di non figurarsi troppo vividamente come sarebbe andata. Ma possiamo dire che una scaletta se l'era fatta, ecco.

Nel frattempo si esercitava a sorridere. Era fondamentale un sorriso naturale, un po' vacuo ma senza crepe: ogni espressione del suo disagio sarebbe diventato l'ennesimo oggetto di discussione collettiva denudato vivisezionato analizzato banalizzato. Il suo disagio doveva restare integro in quanto primo motore immobile del lavorio sotterraneo che dopo anni avrebbe finalmente avuto termine.
Perché ormai era arrivata al termine. Aveva vent'anni, era adulta e poteva ben dirsi il demiurgo del proprio destino. Nessuno avrebbe più interferito nelle sue decisioni, piccole o grandi che fossero.
Il giorno che decise di riprendersi, anzi di prendersi per la prima volta la sua vita fece le seguenti cose, in sequenza:
-tappa dal parrucchiere. Capelli cortissimi e biondo platino.
-tappa dal tatuatore. Intricato motivo floreale (rose) in stile old school sul piede sinistro.
-tappa al centro commerciale. Comprò un magnifico vestito viola di organza.
-tappa dal droghiere.

Tornata a casa si truccò, si mise l'abito e volteggiò per qualche minuto di fronte allo specchio. Vedeva il suo viso tornare infantile, sinceramente radioso. Adesso era veramente sua, e mentre era intenta a fare un nodo saldo, si rendeva conto, raggiante che era arrivato il momento che tanto aveva atteso: l'affermazione della propria persona come individuo unico e dotato di poteri decisionali su se stesso.
E così, con un orgoglio selvaggio che le montava in petto, salì sullo sgabello, fissò la corda alla trave del soffitto e si aggiustò l'altra estremità intorno al collo. Poi saltò.

martedì 19 aprile 2011

Abbracciami

Sono solo su questa terra e morirò da solo. Passo il tempo a chiedermi se sia l'unico a sentirmi così; tutte le persone che incrocio per le strade della mia città, sugli autobus, nella sala d'attesa del mio medico, nascoste dagli occhiali da sole, dalle riviste o dalla vacuità del loro sguardo. Sei milardi e passa di individualità con le loro relazioni intrecciate per motivi necessari. Saluto e pago la banconiera che mi porge la busta di pane che ho appena comprato. Anche lei è sola? Vede decine di clienti fissi ogni giorno, le basterà la sera per sentirsi, non dico amata, ma almeno necessaria? Ho fatto le mie scelte, ho ferito e deluso e sono stato ferito e deluso a mia volta da altre persone. Il dolore passa, mi dimentico dei motivi che mi hanno fatto litigare con persone che, tanto tempo fa, ho creduto importanti nella mia vita. Sì, ci sono state delle persone che mi hanno fatto sentire meno solo; non avrei immaginato, quando avevo la loro compagnia, che sarebbero uscite dalla mia vita. Di più: non avrei nemmeno immaginato la mia vita senza di loro nello stesso modo in cui posso concepire unicamente a livello cerebrale il bancone del panificio con un'altra commessa che pesa il mio pane, lo imbusta e me lo offre.
Ero convinto che avrei trovato la pace della mia solitudine in un amore, un giorno incontrai una persona e credetti che la mia ricerca avesse avuto fine. Fu una sensazione che nacque repentinamente e che perdurò dopo che anche quella persona uscì dalla mia vita. Il suo ricordo restava con me. Aveva dato un senso così profondo alla mia esistenza da trasfigurare il passato in una preparazione ad accogliere la mia metà.
La mia metà.
Le persone non sono a metà, purtroppo. Sono tutte intere e sono chiuse, monadi che ti danno il resto alla cassa del supermercato o che ti mettono al mondo, non c'è differenza. Vivo in attesa dello scontro tra particelle, anche il più insignificante. A volte il mio interlocutore mi guarda e so che stiamo pensando la stessa cosa, abbiamo la stessa curiosità nei confronti dell'altro, e poi si spegne. Tornerà a casa, non so dove, chiamerà qualcuno al telefono, non so chi, si siederà e chiuderà gli occhi, e non saprò se lo farà per beatitudine, ansia o semplicemente per stanchezza. Ed in quel momento ci saremo già dimenticati l'uno dell'altro.
Non penso più così spesso al tempo passato con quella persona di tanto tempo fa. A volte però mi viene in mente un abbraccio che ci scambiammo come saluto: l'addio che mi diede. Non realizzai in quel momento quanto fossero fisicamente vicini i nostri cuori. Non era un gesto passionale, non era una riconciliazione e non era una mera formalità.
Se incroci il mio sguardo per strada e leggi la tua stessa solitudine nei miei occhi, sai già che riprenderemo ognuno il nostro cammino. Prima di dimenticarti di me, fermati e abbracciami. Fissiamo nella memoria il ricordo dell'istante in cui si sono unite due monadi. Abbracciami e tieni il tuo cuore vicino al mio. Solo per un momento.

martedì 29 marzo 2011

Alice (assaggio del racconto che verrà pubblicato nel numero di maggio di POBA)

Mi ricordo che il primo test non funzionò. Probabilmente per l'ansia aveva sbagliato qualcosa (e io non potevo certo rimproverarglielo – non era forse per un mio sbaglio che ci stavamo trovando in questa situazione?) e nessuna delle tre cellette aveva cambiato colore.
Tornai dalla cucina con una bottiglia piena d'acqua, mi sedetti di fronte a lei e gliela porsi. Ci sono alcune cose che ricordo assurdamente bene: l'etichetta della bottiglia, la freddezza delle sue mani, il plaid a tinte scure sul letto.

Finì di bere l'acqua e prese l'altro test.
“No” la fermai, “falla in un bicchiere e poi ci penso io”.

Le tolsi le scarpe e la feci sdraiare. La infagottai sotto il plaid e mi misi ad armeggiare col bicchiere, il test e le istruzioni.


Quando sei pronta ad eseguire il test, apri
l'involucro sigillato dello stick e rimuovi il
cappuccio blu. Utilizza lo stick
immediatamente.

Posizionare il Tampone Assorbente rivolto verso il basso sotto il
flusso dell'urina oppure immergilo nel campione di urina raccolto,
come mostrato, per soli 5 secondi.

Il Tampone cambierà colore velocemente e diventerà rosa per
indicare l'assorbimento dell'urina. Lascia la punta colorata a
contatto con l'urina per tutto il periodo previsto di 5 secondi.

Mantenere il Tampone Assorbente colorato rivolto verso il basso
oppure appoggiate il test su una superficie orizzontale fino alla
comparsa della linea nella finestra di conferma.

Una linea blu nella finestra di
conferma indica che il test è in
corso di esecuzione.

Il risultato può essere letto dopo 2
minuti.
Leggi il risultato solo dopo la
comparsa della linea blu.


Seguii le istruzioni pedissequamente. Solo le mie palpebre sbattevano frenetiche mentre osservavo l'orologio, la lancetta dei secondi che ci separava, o ci avvicinava alla verità. Avrei immaginato che sarebbero passati lentamente, ed invece svanirono. Non avrei mai voluto che finissero. Non volevo saperlo.

Avevo così tanta paura, Alice. Avevo quindici anni, non ero pronto.
Non ero ancora pronto.

mercoledì 23 marzo 2011

A love request

Se vuoi conquistarmi, la prima sera non portarmi nel ristorante macrobiotico. Non portarmi nella trattoria segnalata dal Gambero Rosso. Non offrirmi la pizza gourmet. Non prepararmi una cena a base di agnolotti al tartufo/pasta al sugo di lepre con aromi di bosco/astice al mastice.

Portami da Burger King.
E paghiamo alla romana.

lunedì 21 marzo 2011

[intermezzo ritardatario - la recensione de "I terribili segreti di Maxwell Sim" di Jonathan Coe]


(Attenzione spoiler)

Il grosso guaio di Maxwell Sim è che vorrebbe essere un personaggio tipico (nell'accezione di Balzac), e risulta essere solo - involontariamente - grottesco. È una caricatura irreale dell'uomo moderno che cerca di interagire con una società mutevole, realizzata utilizzando come modello il luogo comune sull'uomo moderno etc. e non l'uomo moderno vero e proprio.

Praticamente un personaggio da prendere a schiaffi.

Prendiamo ad esempio il brano in cui il padre regala alla figlia neotredicenne un libro da colorare e la trova cresciuta, adolescente. Sveglia Jonathan! Quanto pensi sia credibile questa scenetta? Nella realtà, nel mondo vero, regalare un libro da colorare una bambina di otto anni equivale ad un insulto. Neanche il padre più distratto sulla faccia della terra farebbe una simile debacle.

Poi c'è la tecnologia, che viene enfatizzata furiosamente. Avete presente il metodo Stanislavskij per gli attori? Mi sarei aspettata che per un libro saturo di argomenti così recenti ma già inglobati nel nostro quotidiano, il buon Coe avrebbe applicato il metodo anche al suo libro: rendere Facebook, la comunicazione via sms, i blackberry, la voce del navigatore satellitare un sottotesto discreto.
Invece no: dentro questo libro c'è un calderone di banalità sul modo in cui i ragazzi scherzano via messaggi (qui abbiamo l'autore che vorrebbe mostrarci quanto sono sciocchi i ragazzi, finendo invece col fare lui la parte dell'imbecille per via della sua totale assenza di padronanza dell'argomento) e sugli uomini di mezza età che non riescono a rapportarsi alla rivoluzione della comunicazione (non so proprio chi frequenti il signor Coe per avere queste idee sui suoi coetanei).

L'idea che mi è rimasta è quella di un cinquantenne vecchio dentro che vuole fare il ggiovane a tutti i costi, rendendosi così ancora più vecchio.
(Va detto che in certe parti questo aspetto è reso proprio esplicito, e mi è venuto da chiedermi se effettivamente l'autore l'abbia fatto apposta: ma anche se così fosse, ha avuto una pessima idea).

Il colpo di grazia è il gran finale postmoderno, almeno nelle intenzioni: Maxwell si ritrova davanti al suo scrittore che ne decreta la fine della storia, facendolo sparire. Vi assicuro, non ricorda Pirandello: a me ha fatto pensare al finale bolso di un B movie deludente buttato lì per pigrizia/mancanza di fondi.

Fine.

lunedì 14 marzo 2011

pi-greco-bday

Sono nata sabato, all'ora di pranzo. In ritardo di due settimane. Mio padre aveva fatto i baffi alla foto di Claude Lelouch sulla copertina della settimana enigmistica.

Quando vidi la mia torta di compleanno, rimasi delusa. Desideravo una di quelle torte spessissime di pasticceria con i personaggi disegnati sopra e cinque candeline. Quella torta era frugale, dorata, senza panna, in una teglia di alluminio. Non ho più mangiato una torta così buona.

Festeggiai l'arrivo dei tredici anni ascoltando i nirvana, mentre mi preparavo per andare a scuola.

Normalmente le mie zie mi regalano soldi. Mio padre mi comprava dei vestiti ma, dato che ne ho gli armadi pieni, adesso preferisce farmi le strenne pure lui. Francesco solitamente mi regala un libro, o un cd, o un dvd. Stavolta invece ho trovato nella casella di posta un voucher della Ryanair.

Sempre nell'inbox ho trovato anche un link ad un pezzo di Piero Ciampi, per mandarmi "affanculo". In ritardo di due settimane.

(È pur vero che il voucher è inteso per aiutarmi ad andare al Primavera Sound, per certi aspetti lo potrei assimilare alla categoria dei regali musicali)

Come regalo dal fato, vorrei trovare Filippo Timi sotto il piumone, stasera.
(Invece troverò Gatta, sopra il piumone)

Ho ricevuto un fiore, quest'anno. Uno splendido tulipano rosa da un signore che stava mangiando nella trattoria dove ho comprato le pizze. Per qualcuno sono ancora così fresca.